domenica 2 marzo 2008

116 giorni a Kabul

La mia missione termina..116 giorni a Kabul...
Sono stata solo a Kabul, non ho potuto girare e visitare il Paese. Le condizioni di sicurezza in corso e in aggiunta quelle climatiche del lungo inverno, ora esploso in un caldo misto a polvere davvero incredibile, non mi hanno concesso di visitare alcuni posti che avrebbero meritato e con un tempo bello avrei potuto raggiungere...Herat, Bamyan, Mazar-e-Sharif e la provincia del Badakshan, il corridoio di montagne che porta alla Cina, rimangono nella mia top list dei posti da vedere qua in Afghanistan...La prossima volta, inschallah..
E la mia Kabul ve l’ho a grandi linee presentata..
Mi sono affacciata a questo Paese sapendo ben poco in confronto alla sua realta’, che mi si e’ offerta nuda e cruda, e comunque mi sono resa conto che quello che arriva a noi e’ il piu delle volte filtrato da una politica ad interessi e da giornalisti indirizzati..
La mia esperienza lavorativa mi ha consentito di affacciarmi su due livelli della societa’ afgana: da un lato quello delle istituzioni, dei ministeri, delle organizzazioni internazionali e per un paio di volte sedermi a grandi tavoli a rappresentare l’Italia (pensate un po’voi!!), e in una occasione anche a conoscere personalmente il ministro dell’educazione. Dall’altra ho avuto modo di osservare, di vivere le singole persone che costituiscono la societa’con il lavoro in ospedale, con i ragazzi dello staff locale, con le persone che singolarmente ho conosciuto.
I due livelli sono ancora molto distanti l’uno dall’altro affinche’ il tutto si omogeinizzi in una singola entita’ che possa andare avanti verso un obbiettivo comune. Il Paese e’ distrutto, le sue istituzioni sono essenzialmente in mano a persone corrotte, mancano scuole, strade, strutture, mancano persone afagane qualificate disposte ad investire nello sviluppo del Paese, un tasso di mortalita’materno-infantile ancora molto alto, un tasso di analfabetizzazione del Paese inquietante (pensate che siedono in Parlamento persone che non sanno ne leggere ne scrivere), mancano leggi e regolamentazioni, le societa’ tribali sono ancora fortemente presenti in tutto il Paese e dettano le loro leggi, una tradizione medievale, dove il ruolo della donna e’ al margine di ogni qualsiasi rispetto e dignita’, e’ ancora molte presente, nonostante la costituzione sancisca diritti e doveri uguali per uomini e donne, il budget nazionale e’ per due terzi inferiore a quello che effettivamente necessita e la Comunita’ Internazionale e’ chiamata ad intervenire. In questo modo si crea un meccanismo di dipendenza dalla comunita’ dei donatori, fatta pero’ di interessi e mosse politiche che rallentano lo sviluppo del Paese. E il tutto e’ molto lento...
Lascio Kabul contenta per quello che ho vissuto in questi 116 giorni....ma altrettanto contenta di poter rientrare..I timori che dentro di me avevo su questa esperienza si sono sciolti giorno dopo giorno.. e mi son sentita fiduciosa in me stessa nonostante le mille avversita’ che ho incontrato strada facendo..
Lascio la gente afgana, sempre cordiale e ospitale nei mie confronti..Ho bevuto tanti chai con loro e ogni volta un sapore e una ebbrezza diversa mi avvolgevano..
Lascio i compagni di Kabul, forte del pensiero che se un’amicizia nasce la distanza non la perde..
Lascio le mie montagne augurandomi un giorno di poterle scoprire facendo passeggiate..
Lascio un mondo appena scoperto che non dimentichero’...
Torno a Roma, per raccontare tutto ancora una volta..

lunedì 25 febbraio 2008

Kabul..impressioni

L’articolo scritto da E.G. a proposito di Kabul, la scorsa o due settimane fa sull’Espresso mi chiama in causa per qualche appunto.
Mi ero promessa di non scrivere nulla che potesse allarmarvi e cosi’ ho smesso di contare attentati e attacchi nella zona, ma l’articolo, insieme a tutto quello che arriva dall’Afghanistan, da Kabul, in questo periodo potrebbe averlo fatto e quindi reputo doveroso informarvi di come vivo, di cosa percepisco da qua.
Ho sempre avuto voi, miei amici, come forza interiore, come premio alle difficolta’ che finadesso ho incontrato. E la forza, l’appoggio continua ad arrivare tramite i mezzi tecnologici a diposizione, che alleviano i momenti piu’ duri della distanza, e di questo vi sono grata.
Tutto quello scritto nell’articolo dell’Espresso e’ vero, compreso il freddo del ristorante iraniano, perche’ ero la con E.G. ed altri amici, quella sera. Ma Kabul non e’ solo questo. Da quell’articolo traspare un sentimento di angoscia e di inquietudine, e chi vive qua non puo’ permetterselo di farlo suo, mi sembra mirato a colpire l’immaginazione di un annoiato cittadino, a svegliarlo dal torpore del quotidiano, mentre legge l’espresso sul cesso e realizza: “cacchio di citta’ sta Kabul?”.
Dal giorno dell’attentato all’Hotel Serena molte cose sono cambiate per la numerosa comunita’ di espatriati che vive in questa citta’: hanno chiuso dei ristoranti dove prima eravamo liberi di andare (si trattava sempre di ristoranti per soli occidentali e il mitico “L’Atmosphere” era tra questi!), gli altri rimasti aperti hanno visibilmente aumentato le misure di sicurezza, i security warning vengono quotidianamente inviati dalla nostra ambasciata e dall’unita’ di crisi, invitandoci a limitare gli spostamenti a non frequentare certi posti, a prestare molta attenzione in alcune zone della citta’, le telefonate random di controllo da parte dell’ambasciata per vedere se tutto e’ a posto (se per te e’ tutto a posto, pensi che per qualcun altro non lo e’) aumentano, si gira in macchina sempre con l’autista e non faccio altro che scendere da una macchina per entrare in un posto, e questo non fa altro che creare tensione tra di noi e generare un continuo senso di allarme ...e la mancanza della liberta’ inizia a battere forte.
E’ vivamente sconsigliato uscire per frequentare locali (ce ne saranno sei a Kabul dove ci e’ consentito andare), tantomeno andare nei bazaar per fare shopping, non sempre ci sono case di amici disponibili per riunirsi e tante volte la cosa piu’ sicura rimane andare a mangiare un hamburger nelle basi militari, dove pero’ si accede solo previa tessera Isaf o con chi la possiede, e io devo ringraziare Cesare per avermi tante volte invitato presso una di queste sedi (Base ISAF, quartier generale Nato, Camp Invicta, base militare italiana, areoporto militare, ad uso esclusivo dei militari di tutti i contingenti). E vi giuro, che e’ di tutta altra percezione poi la notizia della morte di un militare. E sempre piu’ mi convinco che se i contigenti miltari, e non discuto il fatto che il loro atteggiamento a volte possa risultare fastidioso e invasivo e la strategia utilizzata da chi li comanda non sta portando i risultati sperati, non fossero stati presenti, col cavolo che la cooperazione civile avrebbe potuto operare in Afghanistan.
Ma Kabul non e’ fatta solo di militari e di toyota taleban come vuol far percepire E.G. e di costruzioni pacchianissime, di signori della guerra improvvisatisi palazzinari. C’e’tutta un realta’ di povera gente e di vita quotidiana che a me continuamente scuote.
Nel traffico kabulino nelle strade, laddove esistono, infangate dalla neve sciolta, tra una macchina e l’altra, lo scenario che si offre e’ quello fatto di mutilati, per via della guerra o delle mine, appoggiati su un pezzo di legno con due ruote, con cui scivolano nel traffico per chiedere l’elemosina; donne col burqa accompagnate da bambini in braccio a fare altrettanto; bambini che ti inseguono per venderti un pacchetto di gomme americane e guadagnarsi 10 afgani, pari a 5 centesimi di dollaro; o bambini con una latta di incenso, che previa elargizione di bakshis sono pronti ad augurarti una benedizione; mendicanti ai bordi delle strade; fuocherelli tra gli spartitraffico che offrono un minimo di conforto a chi nella strada vive, mendicando; tutto questo in un clima che e’ stato piu’ che rigido, e che sembra non andare via (mentre scrivo nevica a Kabul).
Le montagne intorno a Kabul sono innevate: di giorno con la luce del sole e il cielo limpido si affacciano candide su Kabul e sembrano loro le padrone che controllano la citta’, di notte alla luce della luna il contrasto tra il bianco della neve e il cielo blu le fa apparire un qualcosa di magico, due pezzi dello stesso puzzle che si incastrano con una geometria naturale. Belle, sinuose, elegantissime.. se potessi, sarebbero tra le cose che porterei molto volentieri a Roma! Mi accontentero’ del loro ricordo e di qualche foto!
La Kabul fatta di case tremendamente kitch (tipiche nei paesi dove affiora solo per qualcuno un primo benessere, eredita’ di qualche traffico sporco),con guardie armate, spesso dormienti, alla loro porta, fa purtroppo parte di Kabul. Ma l’immagine che domina e’ quella di case vecchie fatte di paglia e fango, sulle coste delle montagne, illuminate la sera con candele e lampade a cherosene, e nel buio della notte, considerate che Kabul non e’illuminata per le strade, mentre si passa tra i crinali della Porta dei Leoni, le loro finestrelle sembrano migliaia di occhi che ti guardano curiosi.
Ma sono io curiosa, invece, della vita degli abitanti di quelle case, di quelle persone che nonostante i 50 dollari di stipendio mensile vanno avanti, con i lavori piu’umili e disperati, che non hanno acqua in casa e vanno a riempire le taniche di acqua da portare a casa con gli asinelli, che non hanno nessun tipo di benessere occidentalmente considerato e troppo spesso neanche quello locale, minimo. Di notte le case sulla costa delle montagne di Kabul sembrano quasi che raccolgano dentro di loro le numerose persone che di giorno popolano il centro di Kabul.
La differenza tra il giorno e la notte a Kabul e’ incredibile: di giorno traffico, mercati, bancarelle di vestiario usato o di frutta, asini con carretti, uomini che trainano carretti, branchi di capre, qualche cavallo che si prepara al buzkashi, gente che elemosina, banchetti allestiti su marciapiedi che non esistono, taxi gialli che hanno la guida all’inglese (eredita’del vicino Pakistan) qui a Kabul la guida e come la nostra, cioe’ il senso di guida, il resto e’ da improvvisare, gipponi marchiati UN, gipponi pick up verdi della polizia afgana che girano con dietro montata una mitraglietta o che sono fermi a costituire checkpoint, ragazzetti che vendono ricariche telefoniche, o che tengono in mano un pacco di soldi pronti a cambiarti nella liquidita’ che ti serve, biciclette, della stessa tipologia utilizzate nel film Ladri di biciclette, che girano in mezzo al traffico impazzito, qualche carrarmato abbandonato nelle vie meno frequentate, palazzi distrutti, motorette che si infilano tra una macchina l’altra, autobus superaffollati che cadono a pezzi, poliziotti addettti al traffico che invece di fare multe prendono a scappellotti il guidatore inosservante delle regole della strada. Tutto questo minestrone e molto altro popola il giorno a Kabul.
La notte tutto scompare, il buio o le case sulle coste delle montagne ritirano tutto. Rimane il silenzio, qualche luce di qualche rara macchina che va in giro, o i pick up verdi della polizia che fanno checkpoint. Non si vede null’altro in giro se non le guardie armate di qualche ufficio, ambasciata, o ristorante.
E io torno a casa ora a Kabul, osservatrice estasiata, presto a Roma per dire molto altro.

martedì 5 febbraio 2008

Tendopoli

Lo scorso venerdi’ mi sono recata ad una tendopoli allestita alle porte di Kabul. Il campo ospita gli Internally Displaced Person, ossia quei gruppi di persone che per motivi di conflitto nella'area in cui vivono, e per questioni di sicurezza sono obbligati a lasciare le proprie case. Questo gruppo di persone viene dalla provincia di Helmand, provincia forse meno nota della sua confinante Kandahar, nel sud dell’Afghanistan, ai confini col Pakistan.
La provincia di Helmand e’ completamente in mano all’opposizione talebana, e scontri, morti, guerriglia, violazioni di diritti umani sono all’ordine del giorno in quell’aerea. Queste persone hanno lasciato tutto quel poco che avevano per scampare al pericolo di morte violenta, e hanno deciso di provare a sopravvivere rischiando le temperature polari di questi giorni e la morsa della fame raggiungendo la capitale.
Il problema giuridico che si pone di fronte agli IDP e’ quello dell’assistenza: l’UNHCR per statuto puo’ assistere solamente i rifugiati (salvo eccezioni e piani di intervento ad hoc), cioe’ quelli che provengono da un’altro Paese, il Comitato della Croce Rossa Internazionale per statuto non fa distinzione tra rifugiati, IDP e civili che necessitano assistenza umanitaria per casi di conflitto e violazione dei diritti umani, ma non sempre e’ presente. L’assistenza spetterebbe al Governo di cui fanno parte, e in questo caso il governo afgano, e in tanti casi sono organizzazioni umanitarie (ong e associazioni di volontariato) che si occupano della loro causa..
A Karte Parwan, il nome dell’area dove e’ si trova la tendopoli, ci sono circa duecento persone, tra uomini, donne e bambini che da piu’ di due mesi vivono in condizioni al di sotto dell’accettabilita’ ed ella dignita' umana. Il governo afgano non e’ strutturato ad affrontare in maniera ottimale questa, come tante altre situazioni di emergenza umanitaria, e la loro realta’ e’ impressionante. Le foto che mostro vogliono essere una testimonianza di questa realta’ e penso che non abbiano bisogno di alcun commento aggiunto.

Postilla ai Safety Matches

E a proposito di safety matches non proprio safety...Ieri sera al secondo, terzo tentativo di accendere un fiammifero, mi e’ successa una cosa che ancora non mi era mai capitata e per questo mi e’ parso doveroso aggiungere stasera una postilla.. Il fiammifero sono riuscita ad accenderlo ma si e’ spezzato... e il tizzone in fiamme e’ volato sulla camicia del mio amico, cominciando a bruciargliela...Il mio intervento immediato non e’ stato sufficiente ad evitare il danno. Camicia con alone da bruciatura all’altezza del taschino. Federico perdonami...

domenica 3 febbraio 2008

Safety Matches

Safety matches...
Questo c’e’ scritto sulla scatola di cerini pakistani, gli unici che si trovano qui a Kabul...Ma se vi dovesse capitare non gli date retta...Niente di piu’ fasullo:
Il primo fiammifero generalmente si spezza sotto la testa di zolfo;
Il secondo invece perde la testa di zolfo mentre si passa sulla scatola;
Anche il terzo fa capricci, e torna a spezzarsi nel punto dove il legno e’ per difetto di fabbrica piu’ fino;
Il quarto che si prende invece e’ sfuggito alla macchina che mette la testa di zolfo e ne e’ privo;
Il quinto sembra accendersi, ma e’ solo un impressione;
Il sesto, di nuovo, non ha la testa di zolfo.
Il settimo, vedi sopra.
L’ottavo, invece, ti cade dalle mani nervose;
Il nono sfregandolo sulla scatola la buca e si spezza.
Il decimo si accende, ma arriva un colpo d’aria da uno spiffero per cui torna ad essere inutile;
L’undicesimo fiammifero finalmente fa un suono schioppettante sulla scatola e il buon odore di legno bruciato si spande in aria. La mia sigaretta si e’ accesa.
Ora molti di voi potrebbero dirmi “Chiara e’ l’occasione buona per smettere di fumare” o “Comprati un accendino”, ma il punto non e’ questo. Questo passaggio va applicato per ogni cosa qui a Kabul.
Mi spiego: ogni cosa che sembra semplice e scontata non lo e’ qui, ed ogni giorno me ne ricordo. Come farsi la doccia: a volte, con un filo d’acqua perche’ non c’e’pressione; a volte, non c’ e’ acqua perche’ il freddo di questi giorni (anche meno 20!!!) ha ghiacciato l’acqua nei tubi e nella cisterna, che ovviamente non sono seguiti da una attenta manutenzione; a volte sono costretta rimandare perche’ lo scaldabagno e’ stato inavvertitamente spento; a volte, la cisterna si svuota e va acceso il generatore e la pompa dell’acqua per ricaricare tutto e te ne accorgi quando gia sei pronta ad assaporare l’acqua calda in bagno e devi rivestirti ed uscire (al gelo!) ed avvisare gli omini di guardia e aspettare che sia tutto pronto.
E comunque, al di la di tutto, l’acqua e’ calcarea e mi squama la pelle, gia’ sufficientemente provata da una disidratazione (col freddo mi son resa conto che bevo poca acqua, ma sto recuperando!!) e una reazione allergica dal sapone rimasto nei panni lavati dal simpatico omino che si occupa delle mansioni di casa, e mi secca (sigh!) i capelli (perdonatemi ma e’ importante non perdere quel poco di capriccio femminile che costantemente e’ messo alla prova qua a Kabul!)
E poi, non rimane il piacere di una doccia e perche’ quando esci il bagno e’ gelato.
E poi, asciugarsi i capelli con un phon da viaggio che va’ lentissimo perche’ c’ e’ poca corrente.
A Kabul non esiste riscaldamento nelle case,e cosi’ pure la casa in cui vivo ne e’ priva e siamo tutti muniti di stufe. La mia stanza e’ la piu’ bella ma e’ anche la piu’ grande e la piu’ fredda e per riscaldarla ho gia’ bruciato, in dicembre, due stufe al quarzo, che dovevo comunque ricordarmi di accenderle!
Ora, da un po’, ho fatto installare nella mia camera una stufa a legno, il tradizionale bujari’..Devo sempre ricordarmi di farla accendere e di metterci la legna..e a volte capita che non mi ricordi, o che esco e al mio ritorno la stufa e’ spenta, e se non c’e gasolio, utilizzato al posto della diavolina, la stufa con i pezzettoni di legno, carta e fiammiferi non parte!!
La corrente e’ un bene prezioso, ed e’ niente di piu’ scontato ed immediato nel mondo occidentale. Non a Kabul: io, comunque, mi devo ritenere fortunata perche’ vivo in una zona fornita dalla corrente pubblica, (dietro mazzetta chiaro, qui tutto funziona cosi’) ma durante il giorno e soprattutto la sera si rivela insufficiente e allora la corrente salta magari quando stai lavorando al computer e non hai salvato l’ultimo lavoro, e allora viene acceso il generatore di corrente e oltre al rumore degli elicotteri, che ci fa costantemente compagnia, si sente anche il il rumore del generatore pari a quello di un trattore.
Internet che va e che viene, il pc e le sue componenti nuove, che sembrano farmi un dispetto a non funzionare in modo costante.
Dura la vita a Kabul, ma io sono piu’ tosta. Almeno pensando all’orizzonte, sempre piu’ vicino, del mio ritorno a Roma!!

giovedì 10 gennaio 2008

31 Dicembre 2007 parte II^

Il programma per l’ultima notte dell’anno prevede in ordine:
· Matrimonio afgano del cognato di un ragazzo che lavora con Andrea.
· Cena da amici di Raffaele.
· Festa organizzata da ICRC, con parte degli espatriati presenti a Kabul.
· Ninne a casa al freddo, ma questo lo scopro solo al mio rientro a casa!!!
Andrea e Raffaele sono due nuovi amici che lavorano anch’essi per la Cooperazione Italiana a cui e’ toccata anche a loro la sorte di passare le feste a Kabul e anche con me!
Bene partiamo per il matrimonio, e scopro che a Kabul esiste una piccola Las Vegas. Luci e colori, giochi di luci ad intermittenza, e una serie di enormi edifici che sono le Wedding Hall, tutti anch’essi illuminati.Siamo nel quartiere di Taymani’, ricostruito dalle macerie ad uso esclusivo delle celebrazioni di matrimoni all’interno di queste pacchianissime Wedding Hall. All’ingresso, solo a me viene indicata un’entrata diversa. Siamo in Afghanistan e come la tradizione musulmana vuole, le celebrazioni sono separate tra uomini e donne. Ci accolgono amici di Andrea, io sono occidentale e sono accompagnata dai miei due cavalieri. Sono autorizzata ad entrare nella parte maschile della celebrazione. Per la prima volta in vita mia mi sono sentita come aver fatto ingresso sul palcoscenico di un teatro, con solo spettatori maschili. Al mio ingresso 300 paia di occhi si girano a guardarmi. Non avrei mai detto di vivere il mio momento da diva a Kabul !!! Io unica donna e per di piu’ occidentale!!! Tante volte mi son trovata sola con i miei amici maschi, ma li’, credetemi e’ tutta un’altra cosa! Non posso fumare e tantomeno bere per non aumentare l’attenzione su di me. Bere, ovviamente e’proibito per i musulmani, ma magicamente per noi occidentali, ospiti di tutto rispetto, ci appare una Absolute Vodka, che rimarra’ poi nascosta sotto il tavolo. Dopo un po’ il nostro arrivo mi invitano a visitare la parte riservata alle donne, che era divisa da un lungo separee’. Immaginatevi una grande sala e un palcoscenico ai piedi della stessa, dove si esibivano i musicisti e danzatori, e una serie di separee’ a dividere apunto i due spazi, quello maschile da quello femminile. Lo supero e davanti a me si apre un mare di colori che sono i vestiti delle donne, belle , truccatissime, giovani e meno giovani, e qualche bambino piccolo nelle loro braccia. Ballano per conto loro, sembrano felici di condividere quel momento, fatto di danze, battiti di mano per accompagnare il ritmo della musica, sguardi complici e divertiti dalla mia presenza, in jeans e chiaro, macchina fotografica!
Torno dagli uomini, per loro gioia!! Proviamo a salutare ed andare via, Gli altri della cena ci aspettano.Non e’ possibile, veniamo fisicamente trattenuti, o meglio i miei amici, e rimessi a sedere. Sta per essere servita la cena. Dobbiamo rimanere a tavola. Li offenderemmo a morte andando via senza toccare cibo. Proviamo a dire che e’ il nostro ultimo dell’anno, per loro giorno normalissimo, ma non otteniamo il nullaosta per lasciare la sala. E vabbe’ faremo due cene stasera!! E iniziano a comparire una serie di ragazzi con un giubbotto rosso della ferrari. Il mio primo pensiero e’: “questi camerieri corrono!!”. E’ proprio cosi’: iniziano a sfrecciare tra i tavoli con vassoi carichi di ogni ben di dio, i tavoli sono tanti e il loro compito e’ quello di servire e cercando di far mangiare tutti allo stesso tempo. Mi dico anche in Italia e’ cosi’ ma scene del genere mai viste!!!Comunque la cena e’ velocissima, una volta che hanno svuotato il vassoio in tavola, ci si puo’ abbuffare di qualsiasi cosa, dolce compreso. Ora siamo liberi di andare, lasciamo quella sorpresa di una mini Las Vegas a Kabul. E andiamo per la seconda cena..
Qui si svolge il tutto in tempi e modi piu’ o meno conosciuti, dopo la cena la festa dove brindiamo al 2008, mentre a Kabul e’ sempre l’anno 1386!!!
E il jadi 11 del 1386 torno a casa e porcamiseria e’saltata la corrente! E io che ho solo stufe elettriche nella mia stanza dormo al gelo!! Buon 2008 a tutti!!

31 Dicembre a Kabul

Ricordo bene che il 31 dicembre 2006 attraversavo Los Angeles, di rientro dalla Baja California, per arrivare a Santa Barbara, per festeggiare la’ il capodanno...Mi fermai ad Hollywood Boulevard per prendere un hamburger con una sprite...Ne ho fatta di strada quest’anno..Non mi sembra vero.. E invece, ho quasi preso piu’ aerei che caffe’ nel 2007. E’ stato davvero un anno intenso e denso di tanti avvenimenti, incontri, nuovi amici e splendide conferme dei vecchi, tramonti mozzafiato, soli e lune, paesi diversi, spiagge diverse, colori e odori impressi nel mio animo. Oggi 31 dicembre 2007 sono a Kabul. Stamattina all’ospedale di Esteqlal, pranzo e poi velocemente una scappata ad un supermercato. Per arrivare a questo supermercato si prende la Jalalabad Road e si vede di tutto. Ma non quello che Hollywood meticolosamente ricostruisce, ma tutta una realta’ fatta di container abbandonati, cessi nuovi e rotti, officine sgangherate per le biciclette, qui ancora usatissimo mezzo di trasporto, officine ancora piu’ sgangherate per le motorette, (alcune di loro sono fantastiche), venditori di ferraglia varia, venditori di bomboloni per il gas, parcheggi per gru e vecchi tir russi, tutti colorati, che trasportano la legna, caserme, basi militari abbandonate, gente davanti a queste incurante di tutto che prende il chai o addirittura in mezzo alla strada, accanto allo spartitraffico, seduta che chiede elemosina. Noi arriviamo a questo supermercato, si chiama Ciano, e’ una catena che fa distribuzione di prodotti alimentari italiani all’estero, e il nome suona familiare. Si tratta proprio di un nipote del ministro degli esteri del fascismo. Sempre piu’ piccolo questo mondo! Io e Raffaele facciamo la nostra spesa, per la prima volta, in Afghanistan, pago col bancomat; la carta non passava (forse impigrita dal non uso ultimamente!) e allora ho provato col bancomat. Ho provato, perche’ gli omini afgani della cassa non sanno leggere nel display quello che vi passa scritto in italiano, e allora, memore del lavoro in libreria, ho fatto tutto da sola! Loro sono rimasti stupiti che sullo scontrino non ci fosse lo spazio per la firma della carta: non ho neanche provato a spiegargli la differenza tra carta e bancomat, sarebbe stato troppo complesso. Ma ho messo comunque una mia firma sullo scontrino del bancomat, dove me lo richiedevano, e sono andata verso la macchina, contenta: io e Raffaele spingevamo il carrello con una cassa di 12 bottiglie di vino, nascoste da un bustone nero dell’immondizia. Il nostro contributo alla festa dell’ultimo dell’anno era assicurato. L’alcool si vende tuttora sottobanco, ma c’e’. E mi son sentita attrice in un vecchio film americano negli anni del proibizionismo, e invece mentre lo caricavamo in macchina coperto dal bustone, sentivo il suo peso. Qua e’ tutta realta’.