lunedì 25 febbraio 2008

Kabul..impressioni

L’articolo scritto da E.G. a proposito di Kabul, la scorsa o due settimane fa sull’Espresso mi chiama in causa per qualche appunto.
Mi ero promessa di non scrivere nulla che potesse allarmarvi e cosi’ ho smesso di contare attentati e attacchi nella zona, ma l’articolo, insieme a tutto quello che arriva dall’Afghanistan, da Kabul, in questo periodo potrebbe averlo fatto e quindi reputo doveroso informarvi di come vivo, di cosa percepisco da qua.
Ho sempre avuto voi, miei amici, come forza interiore, come premio alle difficolta’ che finadesso ho incontrato. E la forza, l’appoggio continua ad arrivare tramite i mezzi tecnologici a diposizione, che alleviano i momenti piu’ duri della distanza, e di questo vi sono grata.
Tutto quello scritto nell’articolo dell’Espresso e’ vero, compreso il freddo del ristorante iraniano, perche’ ero la con E.G. ed altri amici, quella sera. Ma Kabul non e’ solo questo. Da quell’articolo traspare un sentimento di angoscia e di inquietudine, e chi vive qua non puo’ permetterselo di farlo suo, mi sembra mirato a colpire l’immaginazione di un annoiato cittadino, a svegliarlo dal torpore del quotidiano, mentre legge l’espresso sul cesso e realizza: “cacchio di citta’ sta Kabul?”.
Dal giorno dell’attentato all’Hotel Serena molte cose sono cambiate per la numerosa comunita’ di espatriati che vive in questa citta’: hanno chiuso dei ristoranti dove prima eravamo liberi di andare (si trattava sempre di ristoranti per soli occidentali e il mitico “L’Atmosphere” era tra questi!), gli altri rimasti aperti hanno visibilmente aumentato le misure di sicurezza, i security warning vengono quotidianamente inviati dalla nostra ambasciata e dall’unita’ di crisi, invitandoci a limitare gli spostamenti a non frequentare certi posti, a prestare molta attenzione in alcune zone della citta’, le telefonate random di controllo da parte dell’ambasciata per vedere se tutto e’ a posto (se per te e’ tutto a posto, pensi che per qualcun altro non lo e’) aumentano, si gira in macchina sempre con l’autista e non faccio altro che scendere da una macchina per entrare in un posto, e questo non fa altro che creare tensione tra di noi e generare un continuo senso di allarme ...e la mancanza della liberta’ inizia a battere forte.
E’ vivamente sconsigliato uscire per frequentare locali (ce ne saranno sei a Kabul dove ci e’ consentito andare), tantomeno andare nei bazaar per fare shopping, non sempre ci sono case di amici disponibili per riunirsi e tante volte la cosa piu’ sicura rimane andare a mangiare un hamburger nelle basi militari, dove pero’ si accede solo previa tessera Isaf o con chi la possiede, e io devo ringraziare Cesare per avermi tante volte invitato presso una di queste sedi (Base ISAF, quartier generale Nato, Camp Invicta, base militare italiana, areoporto militare, ad uso esclusivo dei militari di tutti i contingenti). E vi giuro, che e’ di tutta altra percezione poi la notizia della morte di un militare. E sempre piu’ mi convinco che se i contigenti miltari, e non discuto il fatto che il loro atteggiamento a volte possa risultare fastidioso e invasivo e la strategia utilizzata da chi li comanda non sta portando i risultati sperati, non fossero stati presenti, col cavolo che la cooperazione civile avrebbe potuto operare in Afghanistan.
Ma Kabul non e’ fatta solo di militari e di toyota taleban come vuol far percepire E.G. e di costruzioni pacchianissime, di signori della guerra improvvisatisi palazzinari. C’e’tutta un realta’ di povera gente e di vita quotidiana che a me continuamente scuote.
Nel traffico kabulino nelle strade, laddove esistono, infangate dalla neve sciolta, tra una macchina e l’altra, lo scenario che si offre e’ quello fatto di mutilati, per via della guerra o delle mine, appoggiati su un pezzo di legno con due ruote, con cui scivolano nel traffico per chiedere l’elemosina; donne col burqa accompagnate da bambini in braccio a fare altrettanto; bambini che ti inseguono per venderti un pacchetto di gomme americane e guadagnarsi 10 afgani, pari a 5 centesimi di dollaro; o bambini con una latta di incenso, che previa elargizione di bakshis sono pronti ad augurarti una benedizione; mendicanti ai bordi delle strade; fuocherelli tra gli spartitraffico che offrono un minimo di conforto a chi nella strada vive, mendicando; tutto questo in un clima che e’ stato piu’ che rigido, e che sembra non andare via (mentre scrivo nevica a Kabul).
Le montagne intorno a Kabul sono innevate: di giorno con la luce del sole e il cielo limpido si affacciano candide su Kabul e sembrano loro le padrone che controllano la citta’, di notte alla luce della luna il contrasto tra il bianco della neve e il cielo blu le fa apparire un qualcosa di magico, due pezzi dello stesso puzzle che si incastrano con una geometria naturale. Belle, sinuose, elegantissime.. se potessi, sarebbero tra le cose che porterei molto volentieri a Roma! Mi accontentero’ del loro ricordo e di qualche foto!
La Kabul fatta di case tremendamente kitch (tipiche nei paesi dove affiora solo per qualcuno un primo benessere, eredita’ di qualche traffico sporco),con guardie armate, spesso dormienti, alla loro porta, fa purtroppo parte di Kabul. Ma l’immagine che domina e’ quella di case vecchie fatte di paglia e fango, sulle coste delle montagne, illuminate la sera con candele e lampade a cherosene, e nel buio della notte, considerate che Kabul non e’illuminata per le strade, mentre si passa tra i crinali della Porta dei Leoni, le loro finestrelle sembrano migliaia di occhi che ti guardano curiosi.
Ma sono io curiosa, invece, della vita degli abitanti di quelle case, di quelle persone che nonostante i 50 dollari di stipendio mensile vanno avanti, con i lavori piu’umili e disperati, che non hanno acqua in casa e vanno a riempire le taniche di acqua da portare a casa con gli asinelli, che non hanno nessun tipo di benessere occidentalmente considerato e troppo spesso neanche quello locale, minimo. Di notte le case sulla costa delle montagne di Kabul sembrano quasi che raccolgano dentro di loro le numerose persone che di giorno popolano il centro di Kabul.
La differenza tra il giorno e la notte a Kabul e’ incredibile: di giorno traffico, mercati, bancarelle di vestiario usato o di frutta, asini con carretti, uomini che trainano carretti, branchi di capre, qualche cavallo che si prepara al buzkashi, gente che elemosina, banchetti allestiti su marciapiedi che non esistono, taxi gialli che hanno la guida all’inglese (eredita’del vicino Pakistan) qui a Kabul la guida e come la nostra, cioe’ il senso di guida, il resto e’ da improvvisare, gipponi marchiati UN, gipponi pick up verdi della polizia afgana che girano con dietro montata una mitraglietta o che sono fermi a costituire checkpoint, ragazzetti che vendono ricariche telefoniche, o che tengono in mano un pacco di soldi pronti a cambiarti nella liquidita’ che ti serve, biciclette, della stessa tipologia utilizzate nel film Ladri di biciclette, che girano in mezzo al traffico impazzito, qualche carrarmato abbandonato nelle vie meno frequentate, palazzi distrutti, motorette che si infilano tra una macchina l’altra, autobus superaffollati che cadono a pezzi, poliziotti addettti al traffico che invece di fare multe prendono a scappellotti il guidatore inosservante delle regole della strada. Tutto questo minestrone e molto altro popola il giorno a Kabul.
La notte tutto scompare, il buio o le case sulle coste delle montagne ritirano tutto. Rimane il silenzio, qualche luce di qualche rara macchina che va in giro, o i pick up verdi della polizia che fanno checkpoint. Non si vede null’altro in giro se non le guardie armate di qualche ufficio, ambasciata, o ristorante.
E io torno a casa ora a Kabul, osservatrice estasiata, presto a Roma per dire molto altro.

1 commento:

Chiara ha detto...

ciao chiaretta, ti capisco, io sentivo lo stesso quando il giornalista di turno veniva in colombia e poi leggevo l'articolo su qualche giornale italiano...certo che dovremmo proprio vederci!